Stimolare l’impegno per il cambiamento

Nello step precedente abbiamo imparato a riconoscere le Affermazioni Orientate al Cambiamento (AOC) mentre affiorano spontaneamente nel racconto della persona: un accenno di malessere, una ragione, un desiderio, un po’ di fiducia, un primo segno di volontà. Ma riconoscerle non basta. Una volta individuate, il compito del professionista diventa più attivo: dare a queste affermazioni lo spazio per crescere, farle esplorare più a fondo, sostenerle finché non si trasformano in un impegno solido. È qui che entrano in gioco, in modo mirato, alcune abilità di base del Counseling Motivazionale: Evocare, Elaborare, Riassumere, Sostenere.

Il primo strumento è la domanda aperta — quella a cui non si può rispondere con un semplice sì o no, e che lascia alla persona la libertà di raccontare a modo suo. Una domanda come “Cosa la preoccupa di questa situazione?” o “Cosa le piacerebbe che cambiasse?” non è una domanda neutra: è un invito mirato a esplorare proprio quegli elementi — Bisogno, Ragioni, Desiderio, Capacità, Impegno — che sappiamo essere gli ingredienti del cambiamento. Usata con questa intenzione, la domanda aperta smette di essere una semplice tecnica di raccolta di informazioni e diventa uno strumento per evocare attivamente le AOC, invece di aspettare passivamente che compaiano da sole.

Una volta comparsa, un’affermazione di cambiamento è ancora fragile: spesso è solo accennata, mescolata ad altro, quasi timida. Il compito successivo è raccoglierla e restituirla alla persona attraverso l’ascolto riflessivo, senza trasformarla in una domanda né in un giudizio, ma in un’affermazione ipotetica che dice, in sostanza: “Ho capito che lei mi sta dicendo che…”. Anche una semplice ripetizione o una parafrasi possono bastare per sottolineare quell’elemento e invitare la persona ad approfondirlo. Quando serve andare più a fondo — collegando quel pensiero ad altri emersi nel colloquio, dando voce a un significato non ancora del tutto esplicito — si può ricorrere a una riflessione più complessa. In entrambi i casi, l’effetto è lo stesso: l’affermazione, invece di scivolare via, viene accolta, resta nell’aria, si consolida, e spesso genera nella persona il bisogno naturale di aggiungere qualcos’altro nella stessa direzione.

Di tanto in tanto, nel corso del colloquio, è utile fermarsi e restituire alla persona un breve riassunto di ciò che è emerso fino a quel momento — non un semplice resoconto, ma una raccolta ragionata che rimette in fila gli aspetti più significativi: le preoccupazioni, le ragioni, i desideri, le risorse già emerse. Fare periodicamente il punto ha diversi effetti preziosi: dimostra alla persona che è stata ascoltata con attenzione fin lì, mette ordine in un materiale che magari lei stessa sentiva confuso, e permette al professionista di dare risalto proprio agli elementi orientati al cambiamento raccolti lungo il percorso. Ricapitolare e sintetizzare il percorso con un buon riassunto è spesso anche il modo più naturale per chiudere un tratto di conversazione e aprirne uno nuovo: dopo aver ricomposto insieme i fili del discorso, segue con naturalezza una nuova domanda aperta, magari proprio quella che invita la persona a dire cosa intende fare adesso.

C’è infine un terzo movimento, più esplicito: sostenere apertamente la persona nel suo percorso. Significa legittimare quello che sta vivendo, normalizzare l’ambivalenza invece di trattarla come un ostacolo, far notare le risorse, le competenze, i piccoli successi già ottenuti — anche quando la persona fatica a vederli da sola. È un lavoro che punta dritto alla fiducia nelle proprie capacità, quella che gli psicologi chiamano autoefficacia: crescere in questa fiducia è uno dei fattori più legati alla riuscita di un cambiamento, perché una persona che si sente capace tende ad accrescere l’impegno, e a non arrendersi di fronte alle difficoltà.

Va detto con altrettanta chiarezza cosa il sostegno non è: non sono rassicurazioni generiche o incoraggiamenti di circostanza, buttati lì per chiudere in fretta un momento di difficoltà. Un “vedrà che ce la farà” detto senza reale convinzione, o non ancorato a qualcosa di concreto che la persona ha davvero mostrato, produce l’effetto opposto — fa sentire la persona meno ascoltata, non di più. Il sostegno che funziona è quello che il professionista sente davvero vero, fondato su elementi reali della storia della persona.

Evocare, elaborare, riassumere e sostenere non sono abilità relazionali da utilizzare in sequenza rigida, ma strumenti che si intrecciano continuamente nello stesso colloquio, ciascuno al servizio degli altri. Usati insieme, in modo intenzionale, hanno un effetto che va oltre la singola affermazione raccolta: rendono più facile, e persino piacevole, per la persona parlare del proprio cambiamento. Quando ci si sente ascoltati, compresi e sostenuti — invece che valutati o messi alla prova — parlare delle proprie difficoltà e dei propri desideri smette di essere un esame da superare e diventa, semplicemente, una conversazione utile e piacevole.

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