L’efficacia del Colloquio Motivazionale
La ricerca nelle Prefetture
Un colloquio di mezz’ora o poco più, con una persona che non l’ha chiesto. È possibile, in un tempo così breve e in un contesto così poco favorevole, aiutare qualcuno a riflettere sulla propria situazione e a considerare un cambiamento? E il modo in cui si conduce il colloquio fa davvero la differenza?
Fra il 2000 e il 2001 una ricerca sperimentale, promossa dal Ministero dell’Interno e condotta in otto Prefetture italiane, ha cercato di rispondere a queste domande, confrontando i colloqui condotti da assistenti sociali formati al Colloquio Motivazionale con quelli condotti dai colleghi con le modalità abituali. A giudicare l’efficacia sono state le persone stesse che hanno sostenuto il colloquio. I risultati sono stati presentati nel 2008 a Interlaken, alla Conferenza internazionale sulla Motivational Interviewing (ICMI 2008).
Il contesto: il colloquio dell’art. 75
Chi viene trovato in possesso di sostanze stupefacenti per uso personale viene segnalato alla Prefettura e convocato a un colloquio con un assistente sociale del Nucleo Operativo Tossicodipendenze (art. 75 del D.P.R. 309/90). La legge ne indica lo scopo: accertare «le ragioni della violazione» e individuare «gli accorgimenti utili per prevenire ulteriori violazioni».
È un banco di prova particolarmente esigente:
- la persona non ha scelto di venire: è stata convocata in seguito a un rapporto delle forze dell’ordine, e spesso si aspetta di essere giudicata e controllata;
- il colloquio è unico e dura in media una trentina di minuti: non c’è una presa in carico, non c’è un «dopo»;
- si tratta soprattutto di giovani (età media 25 anni) alla prima segnalazione per cannabinoidi, che di solito non percepiscono alcun problema: per molti di loro il colloquio in Prefettura è l’unico contatto possibile con un servizio.
Proprio per questo è un contesto in cui lo stile della relazione può pesare più dei contenuti.
Le domande della ricerca
Si è partiti dall’idea che un colloquio efficace debba raggiungere tre finalità: fornire informazioni utili, stimolare la riflessione della persona sulla propria situazione, aiutarla a valutare se c’è qualcosa da cambiare. La ricerca si è posta tre obiettivi:
- verificare se uno stile di relazione empatico viene sentito dalle persone convocate come più efficace per raggiungere queste finalità;
- verificare se la formazione al Colloquio Motivazionale cambia davvero il modo in cui gli operatori conducono il colloquio, favorendo un clima empatico;
- valutare se questo cambiamento si traduce in una maggiore efficacia del colloquio.
Come è stata condotta
Le Prefetture. Arezzo, Campobasso, Firenze, Perugia, Pisa, Prato, Rieti e Roma.
La formazione. Gli assistenti sociali del gruppo sperimentale avevano già seguito una formazione di base nel 1998–1999. Per la ricerca hanno svolto un training intensivo di otto incontri di due giornate (112 ore, da settembre 2000 ad aprile 2001), basato quasi interamente su casi portati dagli operatori ed esercitazioni pratiche, centrato sul Colloquio Motivazionale breve. Le autovalutazioni delle abilità sono passate in media da 4,6 a 6,7 (su 10), le valutazioni dei formatori da 6,1 a 7,2.
I due gruppi. Da gennaio a giugno 2001 le persone convocate sono state assegnate in modo casuale a un assistente sociale del gruppo sperimentale, formato al Colloquio Motivazionale, o a uno del gruppo di controllo, che conduceva il colloquio con le modalità abituali.
La valutazione. Prima del colloquio ogni persona ha compilato un breve questionario anonimo sulle proprie aspettative; subito dopo, un questionario analogo su come era andato. Le domande riguardavano:
- la qualità della relazione: quanto si è sentita giudicata, ascoltata, criticata, compresa, controllata, aiutata (da 0 = per nulla a 4 = moltissimo);
- le tre finalità: quanto ha ricevuto informazioni utili, quanto il colloquio l’ha aiutata a riflettere, quanto l’ha aiutata a valutare se c’è qualcosa da cambiare (da 0 a 10).
Anche l’operatore, alla fine, valutava il colloquio, comprese le resistenze della persona all’inizio e durante l’incontro. I questionari erano anonimi e chiusi in contenitori sigillati; l’adesione era volontaria e non influiva sull’esito del procedimento.
Il campione. Sono stati raccolti 1.016 questionari, di cui 912 completi: 550 nel gruppo sperimentale, 362 nel gruppo di controllo. Per età, sesso, sostanza e tipo di procedimento il campione era sovrapponibile ai dati nazionali, e i due gruppi non differivano fra loro.
I risultati
Le persone distinguono con chiarezza due stili di relazione
Le sei caratteristiche della relazione si raggruppano in due fattori nettamente separati: da una parte sentirsi ascoltati, compresi e aiutati (stile empatico), dall’altra sentirsi giudicati, criticati e controllati (stile confrontazionale). Ed è lo stile empatico a essere legato all’efficacia: quanto più la persona si è sentita ascoltata, compresa e aiutata, tanto più ritiene di aver ricevuto informazioni utili, di essere stata aiutata a riflettere e a valutare un cambiamento. Lo stile confrontazionale non ha praticamente legami con queste finalità.
Il colloquio va meglio di quanto ci si aspetti
Le persone arrivano con aspettative ambivalenti: sperano in un po’ di ascolto, ma si aspettano anche giudizio, critica e controllo. Dopo il colloquio, in entrambi i gruppi, si sono sentite molto più ascoltate, comprese e aiutate, e molto meno giudicate, criticate e controllate di quanto immaginassero; e tutte e tre le finalità sono risultate raggiunte più di quanto si aspettassero. Un risultato che riconosce la professionalità di tutti gli operatori coinvolti.
| Tutto il campione (0–4) | Prima | Dopo |
|---|---|---|
| Ascoltato | 2,30 | 2,88 |
| Compreso | 1,82 | 2,40 |
| Aiutato | 1,81 | 2,44 |
| Giudicato | 1,68 | 1,25 |
| Criticato | 1,38 | 0,76 |
| Controllato | 1,52 | 1,14 |
La formazione cambia lo stile del colloquio
Prima del colloquio le persone dei due gruppi avevano le stesse aspettative. Dopo, chi aveva incontrato un operatore formato al Colloquio Motivazionale si è sentito più ascoltato e più compreso, meno criticato e meno controllato.
| Dopo il colloquio (0–4) | Gruppo formato | Gruppo di controllo |
|---|---|---|
| Ascoltato | 2,99 | 2,71 |
| Compreso | 2,51 | 2,24 |
| Aiutato | 2,47 | 2,39 |
| Giudicato | 1,13 | 1,29 |
| Criticato | 0,65 | 0,93 |
| Controllato | 1,05 | 1,28 |
Meno informazioni, più riflessione
Il risultato più caratteristico riguarda le tre finalità. Le persone incontrate dagli operatori formati hanno ricevuto un po’ meno informazioni, ma si sono sentite più aiutate a riflettere sulla propria situazione e, con una differenza al limite della significatività, più aiutate a valutare un cambiamento. Rispetto a ciò che ciascuno si aspettava prima del colloquio, l’aumento nella finalità del cambiamento è significativamente maggiore nel gruppo formato (+1,1 contro +0,7 punti).
| Dopo il colloquio (0–10) | Gruppo formato | Gruppo di controllo |
|---|---|---|
| Ricevere informazioni utili | 6,2 | 6,5 |
| Riflettere sulla propria situazione | 6,3 | 5,9 |
| Valutare se c’è qualcosa da cambiare | 5,4 | 5,0 |
È proprio lo spostamento che ci si attende dal Colloquio Motivazionale: dare meno spazio alla trasmissione di informazioni e più spazio alle riflessioni e alle ragioni della persona.
Le resistenze
Secondo gli operatori, all’inizio le resistenze erano uguali nei due gruppi; durante il colloquio sono diminuite in entrambi, ma significativamente di più con gli operatori formati. E le resistenze contano: quanto più persistono durante il colloquio, tanto più la relazione si sposta verso lo stile confrontazionale e tanto meno il colloquio risulta efficace, sia per l’operatore sia per la persona.
Un dato sorprendente: gli operatori formati si sottovalutano
Gli operatori del gruppo sperimentale hanno giudicato i propri colloqui meno efficaci nel favorire il cambiamento rispetto ai colleghi del gruppo di controllo: esattamente l’opposto di quanto riferito dalle persone che avevano incontrato. Una possibile spiegazione è l’insicurezza che accompagna i primi tempi di applicazione di un nuovo stile di lavoro, insieme a una maggiore consapevolezza, maturata con la formazione, della complessità della relazione. È un’indicazione preziosa anche per la formazione: per valutare un colloquio la percezione dell’operatore non basta, e il punto di vista della persona è insostituibile.
Cosa ci dice oggi
A più di vent’anni di distanza, i risultati restano attuali per chiunque lavori con persone che non hanno chiesto aiuto:
- anche un colloquio unico e breve, in un contesto obbligato, può essere un’occasione di riflessione, se la relazione lo consente;
- lo stile conta: ascolto e comprensione, non critica e controllo, sono ciò che le persone associano a un colloquio utile;
- lo stile si può apprendere: una formazione pratica e continuativa modifica in modo percepibile il modo di condurre il colloquio;
- meno informazioni non significa meno efficacia: lasciare spazio alla riflessione della persona favorisce la valutazione di un cambiamento.
Questi risultati si inseriscono in una letteratura internazionale ormai ampia sull’efficacia della Motivational Interviewing negli interventi brevi, nelle dipendenze e nei contesti sociali e giudiziari. Sono anche all’origine dell’impostazione della formazione CSMC: pratica, basata sui casi dei partecipanti, distribuita nel tempo e accompagnata dalla supervisione.
Il riferimento
Spiller V., Scaglia M., Guelfi G.P. (a cura di), Il colloquio motivazionale nell’applicazione dell’art. 75 D.P.R. 309/90. Resoconto di una ricerca sperimentale sull’efficacia del colloquio, Ministero dell’Interno, Direzione Generale dei Servizi Civili, Servizio Affari Assistenziali Speciali, 2001.
I risultati della ricerca sono stati presentati in: Spiller V. e altri, Motivational Interviewing Effectiveness with Illicit Drugs Owners in Italian Territorial Government Offices (UTG), International Conference on Motivational Interviewing (ICMI 2008), Interlaken, 2008.
La ricerca è stata finanziata dal Fondo Nazionale di Intervento per la Lotta alla Droga (progetto «Sperimentazione del colloquio motivazionale nell’art. 75 del D.P.R. n. 309/1990 da parte di dieci Prefetture pilota», esercizio 2000). Hanno coordinato la ricerca Roberta Lazzeri, Carmencita Mastroianni, Tiziana Mori, Valerio Quercia e Maria Romizi.
